Cascina Cà Rossa - Roero d.o.c.g. Audinaggio 2006 Lt.0,750- scheda - enoteca il battello ebbro

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Cascina Cà Rossa - Roero d.o.c.g. Audinaggio 2006 Lt.0,750- scheda

Vini-rossi > Piemonte
 
CASCINA CA' ROSSA - Roero d.o.c.g. Audinaggio 2006 Lt.0,750
LA CANTINA
Le aziende viticole del Roero che possano vantare un’ininterrotta fedeltà alle vigne e ai vini di queste colline di sabbia e di sole non sono molte, come invece si potrebbe pensare. Il Roero, da secoli, è terra di commerci, di scambi tra Savonese, Langa e Torinese: per questo, sino a non più di dieci anni fa, normalmente non era il viticoltore a produrre vino, ma il commerciante che ritirava le uve e le trasformava.
La famiglia Ferrio, anche per questo, rappresenta un’eccezione. I primi passi verso la produzione enologica risalgono agli anni in cui Angelo è bambino e suo padre Alfonso, dopo anni di sacrifici e di lavoro, può finalmente acquistare quella cascina a strapiombo sulla strada che da Canale raggiunge Asti, all’ombra del torrione di tufo del colle Mompissano. In quei ruggenti anni ’60, la realtà per gli agricoltori delle colline non è per nulla facile. Ci si aggrappa alla policoltura: alberi da frutto, un piccolo vigneto e qualche vacca nella stalla, per sopravvivere alle annate grame in cui una gelata tardiva arriva a bruciare l’ennesimo sogno di prosperità. Tuttavia, è proprio negli anni in cui la malora mostra più crudele il suo volto, che si sviluppa un attaccamento senza condizioni tra la famiglia Ferrio e il territorio di Canale e Vezza d’Alba.
Quando Angelo torna dal servizio militare, la realtà viticola del Roero sta ormai cambiando. Merito dell’Arneis, certo, ma anche e soprattutto della tenacia di chi non ha mai voluto abbandonare i pilastri di un’enologia antica e preziosa, fatta anche di rossi come Nebbiolo, Barbera, Brachetto dal Grappolo Lungo.
Il primo imbottigliamento “vero”, in casa, è del 1995: fino ad allora le damigiane e la vendita diretta ai privati erano le protagoniste assolute dopo la vendemmia. Da quel momento, in soli dodici anni, l’azienda ha fatto il grande salto. Gradualmente le pesche hanno lasciato il posto a nuove vigne, cui si sono aggiunte acquisizioni importanti, in alcuni dei siti più pregiati del Roero: fra tutti, l’Audinaggio in Valmaggiore di Vezza d’Alba. Non una semplice vigna, ma un’esperienza ripida di fatica, dove i filari stretti, non meccanizzabili, raccontano l’orgoglio e la tenacia di contadini eroici, ben rappresentando tutti i vigneti di Ca’ Rossa, esclusivamente di giacitura collinare, condotti manualmente e con tecniche sostenibili, per salvaguardare e meglio rispondere ai bisogni del suolo.
Le radici, profonde e ben piantate, le amicizie, solide, con i protagonisti della new wave roerina (primo fra tutti, Matteo Correggia), gli sforzi ininterrotti per raggiungere un livello qualitativo che soddisfacesse prima di tutto l’orgoglio di una vera famiglia contadina del Roero, hanno portato l’Azienda Agricola Ca’ Rossa ai numeri che oggi le sono propri. Tredici ettari di vigneti in proprietà, densità di ceppi che in qualche caso arriva a sfiorare le 7.000 piante per ettaro e oltre 70.000 bottiglie prodotte ogni anno, da uve che nelle sabbie di origine marina trovano profumi sconosciuti altrove e che raccontano un legame profondo con la terra, oltre che con il territorio. Intanto la cantina viene ristrutturata e ampliata, le moderne vasche termocontrollate in acciaio inox trovano spazio l’una accanto all’altra, poi le barriques e le botti grandi, in rovere di Slavonia, per abbracciare, accarezzare dolcemente le sfumature delicate dei Nebbioli maturati al sole e accompagnarle nel loro affinamento. Le otto etichette di Angelo rappresentano, con il vino che vestono, gli elementi di una saga vecchia di generazioni che continua ancora oggi: da Alfonso ad Angelo e da Angelo a Stefano. Sono le tappe di una storia e di una filosofia che non cambia, ma che cresce e si rinnova, anche grazie all’apporto di un amico e consigliere come l’enologo Beppe Caviola.
FILOSOFIA
Sono Angelo Ferrio e vorrei raccontarvi in poche righe una vicenda familiare comune a tante altre, eppure unica come lo sono tutte le storie. Vivo e produco vino nel Roero, un territorio di erte colline comprese tra la pianura di Torino e il Tanaro. Nei paesi del Roero – e in particolare nel mio, Canale – l'agricoltura riveste da sempre un ruolo economico e culturale importante. Parlo di agricoltura, non solo di vite o di vino, perché per molti anni tra queste valli è prevalso un regime misto dove la frutticoltura la faceva da padrone. Era anzi difficile, per non dire impossibile, trovare una cantina nel senso moderno del termine.
La mia famiglia non faceva eccezione. Avevamo la vigna, certamente, ma anche le pesche, le albicocche e gli immancabili animali da cortile. In realtà qualcosa di peculiare la mia famiglia ce l'aveva: anche nell'epoca in cui la maggior parte dei contadini vendeva uva ai commercianti, noi facevamo già il nostro vino per una piccola, affezionata clientela di privati che arrivava – specialmente nei fine settimana e per lo più dalla città – ai piedi della collina dove sorgeva e sorge la grande "cascina rossa" acquistata con grandi sacrifici da mio padre Alfonso. Le cose cambiarono negli anni Ottanta e si consolidarono nel decennio successivo. Un nuovo vento soffiava sulle colline, portando novità e desiderio di riscatto. Volli provare a far parte di questo cambiamento e alla fine ci riuscii, ma non fu facile – né per me, né per altri – superare uno scoglio generazionale fortemente ancorato alla tradizione. Come dare torto ai nostri vecchi? Come biasimare mio padre? Quando vide la prima barrique si scandalizzò, ma il suo era uno scandalo "romantico", per così dire: perché in quella botticella anonima non ci vedeva nulla di particolare; non ci trovava lo stesso senso di sicurezza che gli davano le "botti grandi". In fondo io come reagirei se tra trent'anni mio figlio mi mostrasse il nostro vino invecchiato, ad esempio, in una ciottola? E gli esempi di incomprensioni potrebbero continuare: basti pensare al dilemma damigiana-bottiglia, o al "sacrilegio" dei diradamenti. Ma di quella generazione io ricordo soprattutto altro, come l'attaccamento alla terra che i padri ci hanno trasmesso, consentendo anche a me di essere ciò che sono oggi.
Gli inizi, comunque, furono avventurosi. Chi – come me – non aveva ancora la cantina vera e propria, chiedeva aiuto a chi era partito prima ed era più attrezzato. C'era molta solidarietà, perché sapevamo tutti che l'obiettivo non doveva essere il successo del singolo, ma del territorio. Anche oggi mi piace condividere saperi e conoscenze con i produttori più giovani che vogliono iniziare questo mestiere. Tra gli amici di quel tempo ne ricordo uno: Matteo Correggia, il maestro carismatico che insegnò a tanti di noi a credere in se stessi. A lui devo molto.
Gli anni sono corsi in fretta. Di strada se n'è fatta tanta e la mia azienda è cresciuta, pur rimanendo a misura d'uomo. Il giusto numero di ettari di vigneto specializzato (13) e un giusto dimensionamento di bottiglie (70.000 circa) mi permettono di portare avanti una sfida nuova: il biologico. A chi spesso mi chiede "perché?", io rispondo sempre, un po' divertito, "perché no?". La campagna è stata nutrita e protetta con rame e zolfo per decenni, non vedo la ragione per fare diversamente oggi. Quanta chimica ha appestato la nostra terra! Ora è tempo di tornare a un rapporto più equilibrato con la natura. Quella stessa natura che io sono fortunato ad avere ogni giorno sotto gli occhi, soprattutto quando mi fermo tra i filari, la stanchezza si fa sentire eppure l'armonia che mi circonda sa gratificarmi e far passare in secondo piano le tensioni del lavoro. Noi produttori dobbiamo sempre stare all'erta per le piogge di primavera che insistono sulla fioritura, per le temibili grandinate estive, i ritardi nella fermentazione in cantina, perfino per il tappo che rovina sul più bello un cammino così complesso. Chi ci pensa mai, che fare il vino è mettere in sequenza perfetta una serie di varibili su cui noi essere umani abbiamo, in fondo, così poco da dire?
Eppure questo è il mio mestiere, lo stesso che mi ha permesso di girare il mondo quando pensavo che non sarei mai uscito da Canale; lo stesso che ora sto trasmettendo a mio figlio Stefano. In campagna si spera sempre che un figlio si fermi in azienda. Del resto la vite migliore è quella che ha radici più profonde, e lo stesso accade con una famiglia. Per me, che ho ereditato una storia fatta di terra e radici, non c'è nulla di più emozionante del sapere che questo racconto non è finito. Io credo anzi che il capitolo più avvincente deve ancora essere scritto.
MULTIFORME ROERO
Roero non esiste in lingua piemontese.
Esistono I Roeri (I Roé), un multiforme mosaico, fatto di tasselli grandi quanto una collina o un singolo versante: cocuzzoli coltivati a nocciolo o a frutteto, ripidi pendii, boschi intatti, orti domestici grandi come fazzoletti, ordinate e regolari vigne di Nebbiolo, Barbera, Arneis, Favorita, Brachetto dal Grappolo Lungo. E poi, le Rocche. Frutto di una gigantesca alluvione primordiale, le Rocche sono quella profonda frattura, fatta di baratri vertiginosi, che corre da Bra a Montà, lungo una linea di circa dodici chilometri. Una ferita geologica che rivela la struttura di queste terre: porzioni argillose, sabbie giallo-ocra e marne grigie isolate si succedono in un complesso di strati che il mare preistorico, in milioni di anni, ha depositato prima di ritirarsi.
Si capisce allora che il grande tesoro del Roero è proprio la varietà, l’energia esplosiva del suo paesaggio che si rispecchia nei suoi abitanti: vivi, briosi e aperti come la loro terra. Tanto la Langa è imponente, maestosa e consapevole della propria storia, quanto il Roero è curioso, estroverso, pronto ad accogliere il forestiero come un fratello che torna a casa. Profondamente legati a questo territorio, adagiato alla sinistra del fiume Tanaro – tra la pianura di Alba e l’altopiano di Torino – gli uomini del Roero hanno negli occhi la varietà di queste colline e sanno trasformarla in vini dall’eccezionale ricchezza di sfumature. In queste vigne, che regalano capolavori irripetibili, non troverete niente di omologato. Non esiste lo standard Roero: ogni bric, ogni versante segna per sempre il carattere del vino che se ne ricava. Con buona pace di chi ha il gusto impigrito da vini internazionali, qui due figli del Nebbiolo o della Barbera possono essere tanto diversi tra loro da disorientare. Nulla di drammatico: è il terroir che la geologia, la storia e gli uomini hanno regalato a questo sorprendente angolo di Piemonte.
UNA VOCAZIONE ANTICA
La vite era presente nel Roero già in epoca romana. D’altronde, agli antichi non potevano sfuggire le condizioni favorevoli alla maturazione delle uve, tipiche di questo territorio: terreni calcarei, temperature mediamente più alte che nelle regioni vicine e pochissima pioggia ogni anno. Dopo il Medioevo, il Nebiollo di queste terre, vinificato dolce, raggiungeva la mensa dei Duchi di Savoia, sui carri che si inerpicavano sulla strada che da Canale sale a Montà.
Le marne e le sabbie, che caratterizzano le fasce mediane e superiori di molte aree collinari, sono conosciute da secoli come l’ambiente ideale per il Nebbiolo, ma anche per la Barbera. Se però Nebbiolo e Barbera sono protagonisti di buona parte della viticoltura dell’Italia settentrionale, l’Arneis è il figlio più illustre, l’ambasciatore del Roero nel mondo.
Il vitigno deriverebbe, in effetti, il proprio nome dal toponimo Bric Renesio (Reneysium, in un testamento del 1478), un colle che si staglia alle spalle di Canale: ipotesi confermata in un documento del 1528, dove si annovera, tra le proprietà dei Roero di Monticello, una “vinea muschatelli et renexij”. Come tutte le uve sino alla fine dell XIX secolo, l’Arneis era vinificato dolce e probabilmente unito in pigiatura ad altri vitigni. Serbato fino a Pasqua, animava il rituale Cantè j’euv (la “questua delle uova”), quando i giovani, girando di cascinale in cascinale, cantavano “non fatemi andar via/ senza una bottiglia di Arneis o Favoria”.
A completare il quadro, il Roero custodisce tenacemente anche il “suo” Brachetto. Un tempo con questo nome si indicavano vitigni diversi diffusi in Piemonte. Oggi è giustamente celebre il Brachetto di Acqui, che però non ha nulla a che vedere con quest’uva aromatica, che matura in grappoli lunghi e spargoli, e che può essere serbata per la mensa o trasformata in vino. Un vino che, quando secco, sorprende anche il sommelier più esperto, mentre l’uva vinificata come mosto parzialmente fermentato regala sensazioni straordinarie di fiori e di frutta. Non a caso, il Brachetto dal Grappolo Lungo tradizionalmente dà il vino della festa, dei brindisi.
ROERO AUDINAGGIO 2006
Rosso granato mediamente carico. Al naso si presenta di grande eleganza, intenso. Offre sentori di rosa appassita, cassis, liquerizia, tutti molto dolci, delicati, per nulla pungenti o aspri. Lo stesso tipo di sensazioni si trova all'esame gustativo. In bocca è di grande pregevolezza, di massa non eccessiva, con un tannino dolce ma importante. Equilibrato e di buona lunghezza, è dotato di una beva straordinaria. Roero di razza superiore. L'uva fermenta in vasche di acciaio inox, e dopo la svinatura sosta in fusti di rovere prima dell'affinamento in bottiglia. Dispensa emozioni in virtù del bouquet complesso, della bocca morbida e tannica, dell'equilibrio invidiabile. 
Denominazione: Roero d.o.c.g.
Vitigno: 100% Nebbiolo
Comune di Produzione: Vezza d'Alba
Esposizione e Altimetria: sud-ovest; m 220-270 s.l.m.
Terreno: in prevalenza sabbioso
Metodo di Allevamento: Guyot
Vendemmia: raccolta manuale a metà ottobre
Affinamento: 18 mesi in barrique, assemblaggio in acciaio inox e almeno 4 mesi in bottiglia
Gradazione Alcolica: 14°% Vol.
SCHEDA SENSORIALE 
Colore granato fitto.
Al naso, ampio, intenso, con note di violetta, pesca gialla, ciliegia e sentori di pepe e menta. In bocca, ampio e morbido. La salda struttura amalgama acidità controllatae potenza alcolica, consentendo al frutto di aprirsi gradualmente, in una piena corrispondenza olfattivo/gustativa dominata dai sentori di frutta rossa. Finale lungo, persistente con tannini dolci e fittissimi.
ABBINAMENTI
Ideale con arrosti di carne rossa, selvaggina e formaggi stagionati.
PREMI E RICONOSCIMENTI
Vini d'Italia 2009:Tre Bicchieri Audinaggio 2006

Cascina Cà Rossa - Roero d.o.c.g. Audinaggio 2006 Lt.0,750

Cascina Cà Rossa - Roero d.o.c.g. Audinaggio 2006 Lt.0,750

Non disponibile
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